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Cari compagni e compagne , discutere di partito sociale oggi, e' paradossalmente molto piu' difficile di un anno fa'. Lo e' sostanzialemente per un'elemento che reputo centrale, la necessita' da parte del nostro partito di credere in questo processo di mutamento antropologico del suo agire politico fino in fondo. Se l'anno scorso dopo il congresso dicevamo che il percorso del partito sociale era una sperimentazione, oggi, al netto di un anno di lavoro, possiamo dirci sicuramente che l'investimento fatto ha dato buoni frutti sia in termini di qualità che di quantità delle iniziative svolte. Oggi però ci troviamo di fronte a noi un salto piu' difficile di quello che abbiamo fatto lo scorso anno, io direi un passo fondamentale, perchè o assumiamo le modalita' del partito sociale come pratica complessiva del funzionamento del partito, oppure rischiamo di vedere queste pratiche ripiegarsi su se stesse. Passare insomma dall'azione puntiforme al colore uniforme delle pratiche sociali che svolgiamo, superando diffidenze, incomprensioni, che a vario titolo si registrano. Il punto da chiarire quindi ritengo che sia questo, se le pratiche del partito sociale siano una spilletta da esibire pensando che siano collaterali all’attività del partito, oppure debbano diventare il suo funzionamento elementare. Se si decide invece d’investire in questo processo, allora dovremmo capire, che la costruzione dei nostri gruppi dirigenti non dipenderà soltanto da quante tessere si fanno, o a quale cordata si appartiene, ma anche da quante pratiche si mettono in piedi, da come si gestiscono e si strutturano. Dico questo per un motivo semplice, che spero sia assunto in questa discussione, o il nostro partito, dentro la crisi riparte investendo in maniera complessiva, strutturando la propria forma organizzativa a sostegno delle vertenze e dei conflitti, oppure rischia di perdere la possibilità d’inserire un punto di vista alternativo all’interno delle contraddizioni che la crisi apre nei confronti delle classi dominanti. Non passa giorno compagni che non ci sia un circolo od una federazione che ci chiede come intervenire rispetto alla crisi, come fare una cassa di resistenza, un banco alimentare, un GAP. Penso che questa discussione che facciamo oggi sull’organizzazione del nostro partito debba mettere questo come punto centrale, alla crisi sociale, partito sociale e muoversi di conseguenza. Tutti gli indici ci parlano di un'economia in crisi per lungo tempo, con disoccupazione di massa e con uno stato sociale che si restringe anno dopo anno. L'orizzonte che si prospetta davanti ai nostri occhi appare sempre più chiaro, o siamo in grado di sostenere la lotta di classe o avremo la guerra tra poveri, o costruiremo nuove reti di solidarietà sociale che creano altraeconomia o avremo egoismo, e collasso ambientale, o daremo lo spunto per una nuova cittadinanza e voce ai nuovi diritti o avremo xenofobia e violenza di stato. Oggi la violenza diffusa contro i diversi etichettati come capro espiatorio da sacrificare nella spirale della crisi è la cifra della crisi sociale che ci attraversa. Il neoliberismo come diceva Loique Waquant impone una giustizia a doppio livello, garantista per i ricchi spietata per i proletari, non è un caso che in tutta Europa i tassi d’ incarcerazione crescono al crescere della disoccupazione e alla diminuzione delle spese sociali e dell’istruzione, e non è un caso che in Italia si discute di come aprire nuove carceri invece d’impedire che chiudano le fabbriche. Questa crisi accentua la metamorfosi dello stato sociale in stato penale, la forma di governo e la forma-Stato sono sottoposte ad una duplice e contrapposta tensione: o un assoluto approdo plebiscitario e populista (che è, oggi, la tendenza più pericolosa, perché di fatto determina situazione come quella di Stefano Cucchi) oppure - se noi in questa crisi sapremo giocare le nostre carte - la ricostruzione di uno spazio pubblico aperto, fondato su una fitta rete solidale , conflittuale e orizzontale che io definisco nuovo movimento operaio. Un movimento che dovrebbe secondo me guardare con estremo interesse alle esperienze di costruzione del socialismo del XXI secolo avviate in sud America. Ma la crisi economica non modifica solo le istituzioni classiche, essa modifica primariamente le relazioni, ed è quindi, anche crisi della societa', ed è quindi crisi della politica. Una crisi della politica che colpisce soprattutto chi nelle politica, come noi vede la speranza del cambiamento senza cadere nel voto di scambio o nel qualunquismo che sono la faccia della stessa medaglia. Addentrarsi nel sociale con un’idea forte, di trasformazione della società come noi vogliamo fare necessita dal mio punto di vista di un ripensamento generale della nostra organizzazione. Senza ricostruire un blocco sociale in grado di misurarsi con i rapporti di forza che esistono nella società, rischiamo di lavorare in superficie, vuol dire svolgere una partita virtuale, come se mettessimo un cd e giocassimo alla lotta di classe alla Play Station fino a tarda ora per poi svegliarsi la mattina non riconoscendo più che il mondo grande e terribile nel quale viviamo è molto differente dalla realtà che immaginiamo. Se questa crisi determina una crisi verticale di credibilità delle classi dominanti, allora ritengo che il punto centrale sul quale lavorare non sia avviare una discussione rispetto a come uscire dalla crisi del capitalismo spostando un po’ più a sinistra Keynes, quanto semmai gettare le basi per cominciare a riflettere su come uscire dal capitalismo in crisi costruendo un’ipotesi concreta,agibile nel quotidiano, di socialismo del xxi secolo. In questo senso le pratiche sociali, seppur fondamentali per ricostruire legami e solidarietà all’interno della classe, servono a poco se da un lato non riusciamo collettivamente a delineare un programma di trasformazione sociale, comprensibile ai ceti popolari, e se dall’altro non cominciamo a dire in termini chiari chi sono gli avversari contro i quali dobbiamo lottare. Lavorare più in alto, lavorare più in basso, costruire un progetto reale capace di ridare speranza, identificare l’avversario. Ritengo pertanto, che riprendere la discussione sulla costruzione del nuovo movimento operaio, non sia una discussione sganciata dalla costruzione del partito sociale. I due elementi vanno coniugati insieme, come costruzione simbiotica di linguaggi e pratiche nei conflitti, di ritessitura di cultura solidaristica e neomutuailsmo, di stesura di una narrazione identificativa per ridefinirsi come blocco popolare. Vedo questo come un lento processo a spirale che si allarga attraverso le pratiche e un’orizzonte simbolico comprensibile, un processo che tende a riunire quel noi collettivo che vive oggi una situazione d'impoverimento drammatica, in termini di salario e diritti sociali, civili, ambientali, culturali. In questi mesi mi è capitato spesso di confrontarmi con lavoratori e lavoratrici di fabbriche in crisi, insegnanti precari. Devo dire che se è vero che è prevalente il senso di rassegnazione e frammentazione, di sfiducia nella politica quanto di opportunismo esistono i presupposti per una ripresa del conflitto sociale diffusa.
Sia chiaro, presupposti seri di una ripresa del conflitto sociale, non un processo reale in corso. Come rifondazione comunista dobbiamo allora lavorare in questa direzione, mani e piedi dentro la crisi contro chi vuole utilizzarla per portare via il lavoro, ed i diritti dei lavoratori. Su questo molto abbiamo fatto in questi tre ultimi mesi, anche se la nostra organizzazione da sola è insufficiente per affrontare questa sfida. Insufficiente perché esce piegata da anni difficilissimi. In questi anni infatti, abbiamo visto come, nella crisi della politica la socialità dell’organizzazione stessa sia evaporata, e come la risposta messa in campo non sia stata all'altezza della sfida che avevamo davanti a noi. Verticalizzazione estrema in chiave leaderistica e mediatica della forma partito, delegittimazione delle attività di radicamento sociale sostituita con l’impatto mediatico come panacea di tutti i mali, sostituzione della classe con la base elettorale, prevalente istituzionale sul prevalente sociale. Senza il suo carattere d'internità al blocco popolare, senza un reale radicamento sociale nel vissuto di centinaia di migliaia di lavoratori, di precari, di uomini e donne lasciati soli nella crisi, il potenziale di costruzione del partito sociale si è disperso in questi anni, abbiamo smesso di ascoltare, e quando parlavamo utilizzavamo linguaggi non comprensibili. Un potenziale Disperso per errori strategici come le partecipazione al governo Prodi, o da un massimalismo senza solide basi nella realtà. Ci sarà un perchè in Europa la sinistra radicale viaggia a due cifre ed in Italia è extraparlamentare. A chi ha visto perdere il potere d'acquisto di salari e pensioni, a chi ha perso il lavoro abbiamo offerto l'unico spettacolo delle scissioni infinite alla nostra destra come alla nostra sinistra, scissioni di gruppi dirigenti di fatto separati dal sociale, che trovano la propria ragione d’esistenza nella critica alla soggettività a loro più vicina, in una sequela di atti fondativi interminabili, di nuovi inizi, che altro non sono che la riproposizione storica di una sconfitta complessiva per la sinistra d’alternativa che dimostra la separatezza dalla propria classe sociale. Una deriva che già Marx – come scrive Favilli - individuava già allora quando scriveva, che l’errore di molte frazioni era quello di «cercare la base reale della propria agitazione non dagli elementi concreti del movimento delle classi, bensì di voler prescrivere a tale movimento il suo corso in base ad una certa ricetta dottrinale». Marx scriveva questo in polemica con le "sette" socialiste, sviluppando una profonda divisione tra quello che definiva il movimento settario e il movimento di classe. Le sette socialiste precedenti alla Prima Internazionale non cercavano per Marx i punti in comune con il movimento di classe, quanto semmai il segno di riconoscimento che le distingueva da tale movimento. Le sette socialiste e lo sviluppo del movimento operaio, pertanto stanno nelle sue riflessioni in un rapporto inversamente proporzionale. Marx pensa ad un modello d'intervento intellettuale completamente interno al soggetto sociale, e propone al tempo stesso una concezione forte di democrazia partecipativa fondata su profondi e complessi processi di autoemancipazione collettiva. E' mia convinzione sostenere che il “partito sociale” non è l’atto fondativo di eventuali inizi, non è l'innovazione fine a se stessa, ma uno strumento per l’autoemancipazione collettiva di quello che definiamo nuovo movimento operaio. Ritengo inoltre che la sfida del partito sociale debba mettere al punto principale del suo funzionamento il fatto che in basso nelle pratiche è possibile ricomporre quello che è stato separato in questi anni, e provare, dalle pratiche a ripercorrere la strada inversa. Una modalità dell’azione politica che costruisce un luogo d’incontro a partire dal fare sociale tra un partito che si socializza, il nostro, che lavora per l’autorganizzazione sviluppando forme di neomutualismo, di solidarietà, in rapporto diretto con le vertenze, con i conflitti sociali, con le lotte. Nella storia del movimento operaio non sempre solidarietà tra pari e conflitto sociale si sono intrecciate, io ritengo che lo sforzo inedito che dovremmo fare è tenere assieme questi due aspetti in maniera simbiotica. Per questo le pratiche che stiamo sviluppando devono essere discusse e valutate di volta in volta, e devono avere chiaramente un riferimento teorico strutturato, ideologico oserei dire, che le guida nel loro sviluppo. Per questo ritengo che la democrazia e la pratica assembleare siano un punto irrinunciabile in questo processo, come il fatto che il partito riconosca, agli istituti che da queste sorgono un’autonomia senza distanziarsi rispetto alle pratiche che queste determinano. Su questo punto voglio soffermarmi, perché sento spesso riecheggiare critiche che secondo me sono frutto di un’incomprensione di fondo, acquistare direttamente prodotti per redistribuirli tra gli associati come fanno i gap, non è né carità né misericordia, ma un meccanismo elementare di solidarietà tra pari che determina autorganizzazione, ed al tempo stesso vertenza contro le speculazioni contro il caro vita con le istituzioni locali e nazionali, una vertenza che investe in termini positivi il nostro livello istituzionale dei territori che in questo caso si misura sulla propria efficacia a partire da questi aspetti. L’idea sulla quale stiamo lavorando e di cui abbiamo discusso lungamente all’Aquila con le Brigate della Solidarietà Attiva ad esempio, non è quella di un’intervento verticale che determina forme di dipendenza delle persone alle quali diamo una mano, ma il tentativo di sviluppare elementi di presa di voce e di autorganizzazione sociale, il nostro intervento pertanto non è neutro, ma volto al cambiamento del contesto in cui lavoriamo. Non lavorare per soddisfare i bisogni sociali dei cittadini ma lavorare con i cittadini per soddisfare i bisogni sociali, distinguendoci quindi, a partire dal funzionamento concreto della nostra attività dal meccanismo verticale dell’intervento della gran parte delle organizzazioni della protezione civile. Proprio per questo ritengo che il partito sociale non possa inscriversi nel dibattito rispetto alla sussidiarietà o all’idea di una sinistra sociale sganciata dal livello istituzionale, anzi. Le nostre pratiche non si sostituiscono allo stato sociale ma lavorano per espanderlo lavorando sul terreno della ricostruzione di forme di neomutualismo e vertenzialità, in rapporto al livello di efficacia che possiamo esprimere nei livelli istituzionali. Lavorando per dare risposte parziali ad esempio con pratiche di solidarietà tra pari, noi possiamo essere più forti per aprire vertenze che riconoscano i diritti esigibili per tutti. Personalmente ritengo che esista una dialettica strutturale tra lo stato e le forme dell’autorganizzazione sociale, ma la direzione che noi possiamo dare a questa tensione è secondo me parte della lotta di classe, e su questo terreno occorre quindi misurarsi riconoscendo le difficoltà ed i nostri punti di forza. Io definirei quindi questo spazio d’intervento la ricostruzione di un pubblico sociale partecipativo che si misura con lo stato sia rispetto alla qualità dei servizi e della loro esigibilità, sia rispetto a forme di controllo popolare che i ceti popolari possono avere, dai prezzi alla qualità dei generi alimentari all’accessibilità dei servizi sociali e sanitari, al diritto all’istruzione o a quello all’abitare. In qualche modo noi stiamo "riavvolgendo" il 900 cercando di far riaffiorare ove si può le tracce storiche e culturali dell'agire politico del partito sociale. Di queste tracce troviamo segni molteplici nella storia della cultura politica non solo del movimento operaio, ma anche di quello delle donne, del pensiero ecologista, dei movimenti antisistemici attuali. Dai treni delle felicità organizzati dal PCI che portavano i bambini delle zone più povere del sud dai contadini del nord Italia a fare le vacanze, ai mercatini rossi di lotta continua, fino alle prime camere del lavoro di Reggio Emilia, il percorso del partito sociale parla della parte più bella della storia dei comunisti e del movimento operaio. Coniugare questa ricerca con il nostro cambio di pelle, con lo sviluppo di pratiche concrete che ci identificano come utili socialmente (dal blocco di uno sfratto, ad una cassa di resistenza, ad una Gap di fabbrica) è compito altrettanto complesso, difficile quanto necessario. Si tratta quindi di riannodare il filo, dalle forme dell'associazionismo dell'esperienza operaia e socialista ai suoi albori con le reti e le coalizioni sociali che abbiamo visto dispiegarsi in forma fragorosa da Seattle in poi. “Una vasta area di raggruppamenti sociali impegnati nella sperimentazione di nuove pratiche sociali, in iniziative di economia solidale e in esperienze di neo-mutualismo e auto-aiuto, ha espresso in questi anni una rinnovata domanda di storia lontano da noi, questa rete va cercando punti di riferimento in un’ “altra tradizione” della sinistra, noi dobbiamo essere in grado di misurarci anche con questo mondo “(pino ferraris). In questo spazio, ed è l'esperienza che stiamo costruendo in questi mesi noi non siamo soltanto connettori di pratiche di autorganizzazione sociale esistenti, ma contribuiamo alla loro creazione, generando nuove strutture che si moltiplicano dai noi senza distanziarsi come i GAP, o che lavorano con noi come le Brigate della Solidarietà Attiva. In questo senso penso che l'altra gamba del partito sociale, sia esterna a rifondazione, ma non esterna al nostro progetto complessivo, che è quello di costruire un vasto campo della sinistra di classe in questo paese in una prospettiva anticapitalista e ambientalista. Nell'ultimo anno mentre c'era chi non pago dei danni fatti, lavorava per l'ultimo atto della gigantesca e irresponsabile tragedia che negli ultimi venti anni ha significato la sistematica liquidazione e svendita del patrimonio di memoria dei duecento anni di vittorie e sconfitte del movimento operaio, c'era chi nel terremoto dell'aquila con la stella rossa sulla spalle faceva vedere a tutto il paese cosa sono i “compagni” quando fanno i compagni nella società, c’era chi nei quartieri si alzava ogni sabato alle 5 di mattina dopo aver lavorato tutta le settimana facendo i GAP, chi lavorava per creare casse di resistenza con le fabbriche in crisi, chi era sopra i tetti a portare il cibo e bevande ai lavoratori in lotta, sotto gli sgomberi, davanti ai cancelli delle fabbriche a montare cucine. Questa è la Rifondazione che dobbiamo costruire, questo è il partito sociale. Contro la dittatura dell’istantaneo, contro il nuovismo che si risolve nella replica di un eterno presente che ci pone l'uniformità e la subalternità alla cultura dominante, occorre – come dice Pino Ferraris - essere figli inattuali del proprio tempo e che sia indispensabile, con un salto acrobatico, agganciarsi agli anelli della memoria e della immaginazione, spremendo il passato in nome del futuro per prendere a calci il presente. Se come comunisti, vogliamo poi avere l'ardire di portare sulle nostre spalle simboli importanti dobbiamo renderli vivi nelle pratiche, se vogliamo ridare speranza e la speranza è una cosa seria, allora dobbiamo essere differenti a partire dai nostri comportamenti quotidiani. Stipendi non lontani per i nostri dirigenti dal blocco popolare, fine della pratica dei doppi incarichi e della “carriera di partito”, non sono slogan populisti, ma il tentativo di impedire che l’organizzazione diventi un fine e non uno strumento, e che ci sia, com’è successo in questi anni chi la utilizza per andare in altro mentre il nostro blocco sociale và in basso. Se vogliamo dare l’idea che crediamo in un percorso collettivo che non può essere disperso da battaglie tra gruppi dirigenti, la piramide bisogna ribaltarla per davvero. "Partito sociale" significa anche e soprattutto svolta nei comportamenti, nelle abitudini, non dico che il partito sociale e le pratiche sociali stesse debbano essere la totalità del nostro agire, penso che se accadesse sarebbe un'errore, mi accontenterei però se nei nostri circoli e federazioni, e già sarebbe un gran bel risultato, mettessimo un terzo delle nostre energie per come organizzare una cassa di resitenza, un GAP, un terzo dell'attività istituzionale del nostro partito, ed un terzo per la discussione tra gruppi dirigenti e correnti. Io penso che la politica alternativa non è governo, a meno che non vi siano eccezionali condizioni positive e rapporti di forza definiti, che oggi non ci sono. Oggi è tempo dell'organizzazione sociale dell'opposizione. Ripartirei, come punto di riferimento teorico, dall'ossimoro marxiano dell'"individuo sociale". La sfida ineludibile del "saper fare società" contrasta la deriva dell'autonomia della politica, che è la morte della politica perché è la politica "senza società".
Il futuro davanti a noi non è ancora scritto.
Piobbichi Francesco – Partito Sociale PRC
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