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Nella crisi le persone danno il peggio ed il meglio di sé. Chi ha avuto modo d'intervenire in questi mesi nelle situazioni di crisi si sarà accorto della difficoltà a sostenere le lotte, e di quanto queste siano attraversate da diffidenza, frammentazione, da forme di delega alla politica che sommergono la partecipazione ed il conflitto. Una poltiglia indistinta sulla quale i partiti parlamentari ci sommergono di dichiarazioni in cui spesso si perde il senso di chi sia l'avversario contro cui lottare.
Così la crisi non è data dalla modalità del sistema finanziario e produttivo ma diventa una sorta di temporale naturale, in cui i responsabili principali che l'hanno provocata la fanno talmente franca da dirci quale nuvolone passerà e quale ombrello comperare per uscire di casa aspettando che questa passi. Senza il vaccino della lotta di classe, sensa un'avversario con cui prendersela, il virus della guerra tra poveri diffuso in tv, muta nel si salvi chi può nel maer della disperazione. Così si sgomita tra lavoratori migranti ed autoctoni, tra chi ha il posto fisso e quello flessibile, tra chi è in CIG e chi lavora in nero, tra stabilimenti che si salvano e quelli che si chiudono. Una volta perso il lavoro poi, il meccanismo che si attiva non è quello della rivendicazione di un diritto negato, ma la vergogna vissuta solitariamente, il senso di colpa nel non aver sfruttato a pieno le possibilità che questo sistema offre. In poche parole la dismissione del nostro apparato produttivo e la sua delocalizzazione in altri paesi spesso a favore di processi speculativi, la perdita di lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori che ne deriva, la precarietà, l'evasione legalizzata, l'attacco di Governo e Confindustria sui diritti del lavoro e sul contratto nazionale, non determinano di per sé un'aumento della lotta e della consapevolezza di quello che sta accadendo. Da più parti ritorna l'appello alla responsabilità nazionale, alle riforme, come se l'evasore legalizzato che ha usufruito dello scudo fiscale per qualche centinaia di migliaia di euro condivida lo stesso destino del precario che porta a casa i 1000 euro tassati fino all'ultimo centesimo dell'ultimo stipendio. I comunisti possono anche perdere le loro battaglie, ma due cose non devono mai fare, nascondere la verità e perdere la speranza. Pertanto se dobbiamo dire le cose come stanno, altrettanto dobbiamo dire che queste possono cambiare, e che è una nostra priorità assoluta la costruzione immediata, concreta, dell'uscita dal capitalismo in crisi attraverso una proposta concreta. A questo popolo sconfitto insomma dobbiamo saper offrire un'alternativa complessiva che vada oltre la giustissima cacciata del governo Berlusconi. Se penso infatti ai lavoratori della Innse, dell'Eutelia, dell'Ispra, e dei tanti presidi, tetti, occupazioni vedo che nel buio profondo di questa Italia sempre più Messico d'Europa per quanto riguarda i salari medi dei lavoratori dipendenti c'è ancora una dignità, voglia di partecipazione e lotta, voglia di ricostruire un punto di vista differente dall'ottimismo retorico dei media di regime che raccontano un'altro paese da quello reale. In questi mesi siamo stati dentro a moltissime lotte e vertenze, organizzando banchi alimentari, casse di resistenza, borse della solidarietà, cucine nei presidi in lotta, lo abbiamo fatto incontrando di fatto un processo materiale di resistenza sociale che si muove a macchia di leopardo rispetto ai morsi della crisi, un processo fatto da chi purtroppo la crisi non l'ha provocata ma la sta pagando. L'ultima di queste nostre esperienze di solidarietà che ci ha permesso d'incontrare queste vertenze è quella di Arancia Metalmeccanica, ovvero la vendita di arance di qualità acquistate in Sicilia a sostegno delle casse di resistenza delle realtà in lotta. Ritengo che questa esperienza debba essere rilanciata come campagna nazionale con un'obbiettivo semplice dare vitamina alla lotta di classe, fare cioè in modo che ad animarla non sia soltanto il nostro partito ma il protagonismo e l'autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici in lotta. Occorre pertanto, partendo proprio da questo elemento che il supporto che stiamo dando per la costruzione della casse di resistenza sia vissuto come un'elemento di partecipazione di tutto il territorio e di discussione pubblica rispetto alla fase che la crisi ha aperto. L'organizzazione delle casse di resistenza stesse, una loro federazione su base territoriale simile alle prime camere del lavoro, che davano sostegno diretto alle leghe operaie nei primi del 900, può alludere ad un processo di ricomposizione dei lavoratori che il neoliberismo ha frammentato in questi anni, una sperimentazione sulla quale sarebbe utile investire anche in termini teorici oltre che pratici. Non solo dobbiamo rompere la sfiducia che in molti hanno nell'investire la propria energia nelle forme dell'agire collettivo, non solo dobbiamo far capire che la solidarietà quando ti licenziano è molto più concreta della solitudine, ma soprattutto dobbiamo evitare che le lotte, anche dal punto di vista simbolico siano “confinate” nelle zone industriali delle città. In poche parole penso che noi le lotte le dobbiamo portare al centro, fare un banchetto nella piazza principale della città a sostegno di una vertenza, vuol dire dare ad essa visibilità e pieno riconoscimento nello spazio pubblico, vuol dire ri-costruire la comunità del lavoro e della solidarietà contro la comunità dell'egoismo e del privilegio. Fino ad ora pensiamo di aver distribuito a sostegno delle lotte circa 30 mila kg di arance soilidali, poche o tante che siano sono qualcosa di tangibile. Da qui all'estate l'obbiettivo che vogliamo darci e di portare in ogni vertenza questa modalità di solidarietà attiva. A tutti quelli che dopo aver provocato la crisi vogliono anche farcela pagare, lo duiciamo forte e chiaro: sarà un'aranciata che vi seppellirà!
Piobbichi Francesco
Partito Sociale Prc
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